“Un essere umano può cambiare la propria vita semplicemente cambiando il proprio modo di pensare” (William James)

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L’approccio che utilizzo è

basato sulla terapia cognitivo-comportamentale (CBT),

la quale a differenza di altre psicoterapie si focalizza prevalentemente sul presente ed è orientata alla soluzione dei problemi attuali.  La CBT è attualmente considerata a livello internazionale uno dei più affidabili ed efficaci modelli per la comprensione ed il trattamento dei disturbi psicopatologici, assumendo un ruolo di trattamento d’elezione per i disturbi d’ansia, così come attestano recenti documenti diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. È una terapia attiva e partecipata, adatta al trattamento individuale e di coppia. La terapia è solitamente di breve durata; il terapeuta predilige uno stile collaborativo ed assume attivamente il ruolo di “esperto accompagnatore” in

un percorso di scoperta e consapevolezza, finalizzato a...

promuovere cambiamenti e miglioramenti nella gestione dei problemi inizialmente portati in seduta. La CBT è:

  • Pratica e concreta: si focalizza sui problemi e sui sintomi, non su interpretazioni astratte e riferite a realtà inconsce.
  • Centrata sul presente: l’analisi dell’infanzia di una persona, della sua storia di vita, è senza dubbio utile per comprendere come si sono sviluppati i problemi attuali, ma non per La terapia cognitivo-comportamentale si occupa dei meccanismi che mantengono i sintomi nel presente.
  • Breve e attiva: predilige interventi brevi, la maggior parte dei quali si esaurisce entro i primi sei mesi di intervento. Il terapeuta fornisce strumenti pratici per superare le difficoltà e sperimentare nuove prospettive, accompagnando il paziente ad una piena autonomia di gestione delle proprie risorse.
  • Collaborativa: il terapeuta si pone come ricercatore esperto dei meccanismi mentali, il paziente rappresenta invece il massimo esperto di se stesso; i due si coalizzano insieme per trovare le soluzioni più adatte a raggiungere il benessere psicologico e realizzare i propri
  • Efficace ed evidence-based: La CBT poggia su una solida base sperimentale e la sua efficacia nel trattamento di numerosi disturbi psicopatologici è stata convalidata empiricamente con risultati a volte superiori rispetto a quelli ottenuti con i farmaci.

Secondo il modello cognitivo

…si potranno ridurre stati emotivi di disagio e sofferenza.

la percezione che le persone hanno degli eventi influenza in modo determinante le emozioni e i comportamenti  conseguenti per cui, agendo sui pensieri e sul comportamento si potranno ridurre stati emotivi di disagio e sofferenza. La terapia è finalizzata a modificare tutti quei pensieri distorti, emozioni disfunzionali e comportamenti disadattivi, i quali spesso spingono le persone a comportamenti che possono dare un sollievo apparente e immediato ma che a lungo termine si rivelano controproducenti e dannosi; per es. abuso di alcool e sostanze, restrizioni alimentare, ritiro dalla vita sociale, ripetizione compulsiva di atti, reazioni ansiose incontrollate, ecc.). Infatti, spesso questa sofferenza emotiva e il tentativo di ridurla incide profondamente sui rapporti con gli altri creando relazioni di dipendenza o di continuo contrasto e insoddisfazione che non aiutano a vivere bene. Lo scopo finale è quello di facilitare la riduzione del sintomo o del disturbo psicologico.

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La CBT si avvale di diversi tipi di tecniche: cognitive, comportamentali e immaginative.
  • Le tecniche cognitivesi basano sul colloquio socratico, il terapeuta pone domande che aiutano il paziente a scoprire la relazione tra le proprie idee, scelte, azioni e sofferenza In questo modo è possibile iniziare a metterle in discussione ed eventualmente modificarle.
  • Gli esercizi comportamentali(per es. esposizioni graduali a situazioni temute, tecniche di rilassamento) hanno lo scopo di esplorare nuove strategie per gestire i momenti di difficoltà, potenzialmente più efficaci o con ridotti effetti collaterali.
  • Le tecniche immaginativehanno lo scopo di favorire l’esplorazione dei propri stati interni e ridurre la paura delle emozioni e di certe esperienze mentali.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale sostiene che non può essere il singolo intervento del terapeuta a produrre il cambiamento. Per imparare ad andare in biciletta non basta ascoltare le istruzioni e le spiegazioni teoriche; bisogna inforcarla e fare tanta pratica quotidiana!

Gli obiettivi generali della CBT sono:

  • identificare schemi, stili di pensiero, emozioni e comportamenti che generano e mantengono il malessere emotivo.
  • imparare a riconoscerli nel momento in cui si attivano.
  • costruire nuove prospettive e nuove reazioni fatte di pensieri e comportamenti più utili.

Attraverso queste azioni la psicoterapia guida la persona verso un cambiamento che metta il paziente nella condizione di raggiungere obiettivi personali, migliorare la qualità delle relazioni con gli altri e ridurre la propria sofferenza emotiva.

Integrazione con Tecniche Esperienziali

TERAPIA METACOGNITIVA INTERPERSONALE

LA TMI AIUTA LA PERSONA A:

  • MIGLIORARE LA CONSAPEVOLEZZA SUI PROPRI STATI MENTALI;
  • AUMENTARE LA CAPACITÀ DI DIFFERENZIAZIONE TRA PENSIERI E REALTÀ, ASSUMENDO UNA DISTANZA CRITICA DALLE PROPRIE INTERPRETAZIONI;
  • RICONOSCERE ASPETTI TIPICI E RICORRENTI DEI PROPRI STATI MENTALI IN MODO DA FORMULARE PREVISIONI E ANTICIPAZIONI CHE PERMETTANO DI INIBIRE I COMPORTAMENTI MALADATTIVI E DI PROMUOVERE COMPORTAMENTI NUOVI E FUNZIONALI;
  • ASSUMERE IL PUNTO DI VISTA DELL’ALTRO (NON INFLUENZATO, PER ESEMPIO, DALLE PROPRIE CONVINZIONI E ASPETTATIVE NEGATIVE);
  • RICOSTRUIRE E MODIFICARE I CICLI INTERPERSONALI DISFUNZIONALI CHE ALIMENTANO/MANTENGONO IL DISTURBO;
  • AUMENTARE IL SENSO D’INTIMITÀ CON GLI ALTRI, L’EMPATIA, LA STABILITÀ DELLA PROPRIA IDENTITÀ, LA CAPACITÀ DI IDENTIFICARE AUTONOMAMENTE SCOPI DI VITA A MEDIO E LUNGO-TERMINE.
SCHEMA THERAPY

La Schema Therapy (ST), ideata da Jeffrey Young e colleghi è un trattamento rivelatosi altamente efficace nel trattamento dei disturbi di personalità e in tutti quei casi di forte disagio particolarmente resistente al cambiamento.

La ST è uno sviluppo della Terapia Cognitivo Comportamentale e integra, oltre la CBT, diversi approcci psicoterapeutici quali la Gestalt, l’Analisi Transazionale, l’Ipnoterapia e concetti della teoria dell’attaccamento e delle scuole psicodinamiche, fornendo un modello esplicativo molto chiaro e un approccio di trattamento facilmente applicabile. La St si propone quindi come un approccio completo e mirato, ponendo particolare attenzione alla relazione con il paziente.

Secondo questa teoria, ciascuno di noi possiede dei bisogni fondamentali che richiedono soddisfazione e se nell’ ambiente di crescita tale soddisfazione è venuta a mancare, allora sperimentiamo una frustrazione dei nostri bisogni primari, sviluppando una visione negativa di noi stessi e dell’altro. Così si strutturano quelli che vengono definiti Schemi Maladattivi Precoci, che condizionano, nel tempo, lo sviluppo relazionale ed emotivo.

Gli schemi rappresentano gli occhiali con i quali codifichiamo la realtà, le relazioni con l’altro, sia esso un familiare o il partner, un amico o un conoscente. Da questa visione deriva il nostro rapporto con il mondo, con noi stessi, con la vita. La ST si pone l’obiettivo terapeutico di rendere consapevole il paziente dell’esistenza e del funzionamento di questi schemi, aiutandolo a trovare strategie di relazione più efficaci per soddisfare i propri bisogni. Un ruolo centrale nel processo di cambiamento è la relazione terapeutica, in quanto rappresenta il primo campo ove rendere il paziente consapevole delle sue modalità disfunzionali, individuare, soddisfare i bisogni del paziente, non colti nell’infanzia, e permettere un attaccamento sicuro.

La Schema Therapy lavora in modo diretto sulle emozioni; nel corso della seduta, si ricreano certe particolari condizioni o schemi di rapporto che portano l’individuo a rivivere una determinata situazione. L’obiettivo della Schema Therapy è far comprendere alla persona che un certo schema maladattivo, elaborato durante l’infanzia per reagire a una difficoltà, non è più adeguato ai suoi bisogni in età adulta. Inoltre si ripropone di aiutare il paziente a soddisfare i bisogni emotivi fondamentali rimpiazzando gli stili di coping maladattativi con altri più funzionali e con modelli comportamentali adattivi. Con questa psicoterapia dunque si cerca di scardinare gli schemi maladattivi esistenti e di rafforzare i comportamenti e gli stati emotivi da adulto che consentono alla persona di soddisfare i suoi bisogni più profondi.

MINDFULNESS

Il termine “mindfulness” rimanda allo stato mentale di consapevolezza ottenuto quando il cervello cessa l’attività discorsiva interiore, lasciando così spazio ad un’esperienza che va al di là delle parole, del pensiero e dei suoi contenuti. Tale modalità di essere presenti a se stessi, momento dopo momento, distanziati dai propri contenuti mentali, è connotata da una forte potenzialità terapeutica. Risulta difficile definire con le parole un costrutto che per sua natura è slegato da vincoli concettuali ed è comprensibile ad un livello eminentemente esperienziale. Poiché deriva da pratiche meditative orientali millenarie, è possibile avvicinarlo per certi versi alla pratica Zazen (meditazione nella posizione seduta) il cui unico fine è il raggiungimento del silenzio interiore. Non è una tecnica per conquistare o acquisire qualcosa; non è neanche una psicoterapia “fai-da-te” o una tecnica di rilassamento. Anche se si attribuiscono, e non a torto, molti vantaggi fisici e psicologici alla sua pratica regolare, la mindfulness non può essere ridotta a uno strumento per ottenere questo tipo di obiettivi.

Una delle voci più autorevoli in questo campo è rappresentata da John Kabat-Zinn, la cui definizione di mindfulness è assurta negli anni a punto di riferimento per lo sviluppo ulteriore di questo costrutto teorico. Secondo l’autore, la mindfulness va intesa come “il processo di prestare attenzione in modo particolare, di proposito, nel momento presente e in maniera non giudicante” (Kabat-Zinn, 1994). In un successivo lavoro, inoltre, lo stesso autore afferma che la mindfulness può essere definita come la consapevolezza che emerge dal prestare “un’attenzione intenzionale e non giudicante allo scorrere dell’esperienza, momento dopo momento” (Kabat-Zinn, 2003).

La pratica della mindfulness consiste nel porre attenzione in modo volontario a pensieri e sensazioni, in assenza di giudizio. Diventare consapevoli rende più facile riconoscere e assaporare i piccoli piaceri della vita, aiuta a coinvolgersi maggiormente nella attività e accresce la capacità di fronteggiare eventi avversi. La concentrazione sul qui e ora aiuta molte persone a essere meno sopraffatte da preoccupazioni rispetto al futuro o rimpianti sul passato. Minori sono le preoccupazioni legate alla sfera del successo o dell’autostima, migliore diventa la capacità di connettersi a se stessi e agli altri.

La ricerca scientifica ha evidenziato che i benefici della mindfulness si estendono alla salute fisica:

  • riduzione dello stress
  • prevenzione dei disturbi cardiaci e circolatori
  • riduzione del dolore cronico
  • miglioramento della qualità del sonno
  • riduzione di  problemi gastrointestinali

Inoltre, negli ultimi decenni, la mindfulness è stata integrata alla psicoterapia in quanto ha un ruolo importante nel trattamento di diversi disturbi mentali quali:

  • depressione
  • disturbi d’ansia
  • abuso di sostanze
  • disturbi alimentari
  • disturbo ossessivo compulsivo

Alcuni esperti ritengono che la Mindfulness sia utile in quanto aiuta le persone ad accettare le proprie esperienze –  come il vissuto di emozioni dolorose – piuttosto che reagire ad esse lottando o evitandole. Crescente è la tendenza a combinare la meditazione Mindfulness con la psicoterapia, soprattutto la Terapia Cognitivo Comportamentale. Questa evoluzione è ottimale se si pensa che sia la meditazione che la Terapia Cognitivo Comportamentale condividono l’obiettivo di aiutare le persone a ridimensionare i pensieri irrazionali, disfunzionali e autosvalutanti.

Gli effetti della pratica sono proporzionali al tempo investito nella stessa. Molte persone ritengono che siano necessari circa 20 minuti al giorno di meditazione per “assestare la mente”, per cui è un ragionevole punto di partenza.

ACCEPTANCE AND COMMITMENT THERAPY

L’ “Acceptance and Commitment Therapy” (ACT), è una nuova forma di psicoterapia, con solide basi scientifiche, e fa parte di quella che viene definita la “terza onda” della Terapia Cognitivo Comportamentale. L’ACT è basata sulla “Relational Frame Theory”: un programma di ricerca di base sulle modalità di funzionamento della mente umana (Hayes, 2004). Questa ricerca suggerisce che molti degli strumenti che le persone utilizzano per risolvere i problemi, conducono in una trappola che crea sofferenza.

L’Acceptance and Commitment Therapy è stata concepita come un’alternativa alle più tradizionali forme di psicoterapia, focalizzando l’attenzione sulla promozione dell’efficacia comportamentale, a prescindere dalla presenza di pensieri spiacevoli e di emozioni di vario grado di intensità. In definitiva, ciò che viene richiesto dall’ACT è un fondamentale cambiamento di prospettiva: uno spostamento nel modo in cui viene considerata la propria esperienza personale, finalizzato ad aiutare i clienti a costruire esistenze più vitali, propositive e positive.

L’Acceptance and Commitment Therapy si basa su tre punti fondamentali

(1) Mindfulness: è un modo di osservare la propria esperienza che, per secoli, è stato praticato in oriente attraverso varie forme di meditazione. Recenti ricerche nella psicologia occidentale, hanno provato che praticare la Mindfulness può avere benefici psicologici importanti (Hayes, Follette, & Linehan, 2004). Attraverso tali tecniche si impara a guardare al proprio dolore, piuttosto che vedere il mondo attraverso di esso; si può comprendere che ci sono molte altre cose da fare nel momento presente, oltre a cercare di regolare i propri contenuti psicologici.

(2) Accettazione: si basa sulla nozione che, di norma, tentando di sbarazzarsi del proprio dolore si arriva solamente ad amplificarlo, intrappolandosi ancora di più in esso e trasformando l’esperienza in qualcosa di traumatico. L’ACT opera una chiara distinzione tra dolore e sofferenza. Per la natura del linguaggio umano, quando ci si trova di fronte ad un problema, la tendenza generale è di capire come attaccarlo. In realtà però le esperienze interne non sono uguali agli eventi esterni e i metodi per cercare di eliminarle non funzionano. Deve essere chiaro che l’accettazione, come viene intesa in questo contesto, non è un atteggiamento nichilistico auto-distruttivo ; né un tollerare il proprio dolore, o il sopportarlo, ma è un vitale e consapevole contatto con la propria esperienza.

(3) Impegno e vita basata sui valori: quando si è coinvolti nella lotta contro i problemi psicologici spesso si mette la vita in attesa, credendo che il proprio dolore debba diminuire, prima di iniziare nuovamente a vivere. L’ACT invita a uscire dalla propria mente ed entrare nella propria vita intraprendendo azioni impegnate in direzione di quelli che sono i propri valori.

Secondo il modello ACT ciò che promuove il cambiamento e il benessere psicologico è un insieme di competenze di accettazione (provare cioè una strada alternativa alla gestione della sofferenza, proprio perché quelle utilizzate fin ad ora hanno causato una spirale di sofferenza)  e impegno (verso i valori, aiutare il cliente ad esplorare i propri scopi e perseguirli(acceptance and commitment), che sono i due elementi chiave della terapia. Tali atteggiamenti, se mantenuti e sperimentati nel tempo, portano alla“flessibilità psicologica”, definita come la capacità di contattare il momento presente, e basandosi su ciò che la situazione consente, cambiare o persistere nel comportamento, in accordo con i valori personali.

BIOFEEDBACK

Il biofeedback (o retroazione biologica) è un metodo d’intervento psicofisiologico inquadrabile nell’ambito della psicofisiologia applicata. Esso è basato sulla teoria comportamentista e sulla psicofisiologia. Si tratta di una tecnica che può venire in aiuto alle persone che mostrano un’iperattività a situazioni stressanti o comunque un pattern di attivazione anormale che può creare problemi o causare l’aggravamento di disturbi fisici o psicologici già presenti. Lo scopo del biofeedback è infatti quello di aumentare il controllo volontario sulle reazioni del proprio organismo e di portare in equilibrio i sistemi di risposta fisiologica che mostrano un’alterazione.

Il biofeedback è un metodo d’intervento mediante il quale l’individuo impara a riconoscere, correggere e prevenire le alterazioni fisiologiche alla base di diverse condizioni patologiche (cefalea di tipo tensivo, l’emicrania, l’ipertensione essenziale, l’asma, l’ansia, ecc.) con conseguente loro riduzione o eliminazione.

L’organismo umano interagisce continuamente con l’ambiente esterno attraverso l’elaborazione di un comportamento adattativo. Questo è il risultato di processi ciclici che si possono equiparare a sistemi di controllo interagenti e legati tra di loro. I comportamenti adattativi sono dei meccanismi di autoregolazione che avvengono spesso automaticamente e non interagiscono con il campo di coscienza della persona. Alcuni di questi meccanismi sono regolati dai sistemi neurovegetativo, endocrino ed immunitario.

Con il biofeedback, una certa funzione corporea come la tensione muscolare o la temperatura cutanea viene monitorata con l’uso di elettrodi o di trasduttori applicati sulla pelle del paziente. I segnali captati vengono amplificati ed usati per gestire segnali acustici o visivi. Il paziente può così adottare strategie di controllo per imparare a controllare volontariamente la funzione monitorata.

Come suggerisce il termine stesso, il biofeedback non è altro che un’ informazione biologica di ritorno, ottenuta attraverso specifiche apparecchiature di registrazione. I parametri fisiologici specifici più comunemente considerati comprendono:

La frequenza cardiaca

La temperatura cutanea

La tensione muscolare

La risposta psicogalvanica

Le apparecchiature utilizzate invece consistono sostanzialmente in:

elettrodi di registrazione;

strumento di elaborazione dei segnali;

monitor per la visualizzazione e il monitoraggio dei parametri.

La procedura comprende in genere due fasi:

Fase 1: profilo psicofisiologico

La prima parte consiste in un attento esame del tuo profilo psicofisiologico, mediante il quale è possibile osservare la presenza di pattern (configurazioni) di attivazione anomala a situazioni stressanti. Ti sarà chiesto di sdraiarti o sederti comodamente mentre il personale si curerà di applicare alcuni elettrodi di rilevazione in siti specifici del tuo corpo. Seguiranno brevi fasi di registrazione in cui ti verrà detto alternativamente di rilassarti e di svolgere alcuni compiti prima che l’esame possa considerarsi concluso. Una volta terminato, sarà possibile verificare dai grafici ottenuti come si comporta il tuo organismo (in termini fisiologici) in situazioni di stress e in fase di recupero. Immaginiamo di avere di fronte a noi una persona che lamenta crampi e dolori muscolari cronici, per i quali sia stata esclusa una causa medica, e di sottoporla all’esame appena descritto. Probabilmente il grafico ottenuto mostrerà un aumento del tono muscolare in situazione di stress e la difficoltà a riassestarsi ai livelli di base una volta terminata la stimolazione. Tutto ciò significa che le situazioni di stress inducono un’intensa attivazione muscolare che, una volta instaurata, tende a protrarsi nel tempo anche quando la fonte di stress viene meno. Questo pattern è in grado di generare i dolori lamentati ed è quindi opportuno migliorare il controllo che la persona ha su di essi passando alla seconda fase.

Fase 2: training di biofeedback

Nella terapia con biofeedback si applicano nuovamente gli elettrodi e si chiede alla persona di guardare il monitor che mostra il tracciato delle sue risposte fisiologiche. L’apparecchiatura viene impostata in modo che quando l’ampiezza del segnale relativo alla funzione fisiologica di interesse superi una soglia limite concordata con la persona, lo strumento produca un suono. Con l’aiuto del feedback visivo e acustico, il soggetto apprende metodi utili a ridurre la propria attivazione e ottiene un riscontro sul processo di autoregolazione in corso. La soglia limite viene ridotta gradualmente in modo da raggiungere livelli sempre maggiori di rilassamento. Quando l’obiettivo è quello di raggiungere una maggiore attivazione (in quanto manca un’adeguata reazione allo stress) la soglia viene invece alzata.

Quali sono i punti di forza rispetto ad altre tecniche o terapie?

  • Il ruolo attivo della persona sia nel trattamento che nella definizione degli obiettivi;
  • La capacità di agire selettivamente e in modo circoscritto su un particolare aspetto del    funzionamento fisiologico, come la tensione muscolare del caso descritto sopra;
  • Il feedback uditivo e acustico permette inoltre di ottenere un riscontro circa il processo di autoregolazione in corso;
  • La capacità di fornire un riscontro oggettivo del processo di autoregolazione in corso;
  • La possibilità di monitorare qualitativamente e quantitativamente le risposte legate all’attivazione del sistema nervoso autonomo

Pur non essendo una tecnica di rilassamento vera e propria, può favorirne il raggiungimento attraverso un maggiore controllo sulla propria reattività alle richieste ambientali.

APPROFONDIMENTO

Le più importanti e diffuse tecniche di biofeedback sono le seguenti: biofeedback elettromiografico (EMG), biofeedback termocutaneo (TEMP), biofeedback della conduttanza cutanea (GSR), biofeedback della variabilità della frequenza cardiaca (HRV), biofeedback elettroencefalografico (EEG) o neurofeedback.

Il biofeedback elettromiografico (EMG)

Il biofeedbak  elettromiografico si  occupa  di  misurare  l’attività  dei vari gruppi muscolari, allo scopo di fornire al soggetto informazioni continue sul proprio stato di tensione muscolare.

Gli impieghi clinici del biofeedback EMG sono principalmente due: le tecniche di riabilitazione neuromuscolare dopo traumi e le tecniche di rilassamento.

In generale, si può dire che il biofeedback EMG sia attualmente la tecnica più impiegata nel campo del training del rilassamento e della terapia dell’ansia senza farmaci.

Il biofeedback EMG è, infatti, particolarmente utile per ottenere il rilassamento di gruppi muscolari specifici quali: masseteri nel bruxismo, frontale e muscoli del collo e delle spalle nelle cefalee muscolo-tensive e per ottenere il controllo del tono emotivo globale.

Il biofeedback termocutaneo (TEMP)

La procedura clinica del biofeedback termocutaneo consiste essenzialmente nel fornire indicazioni al soggetto sulla temperatura cutanea periferica (delle dita della mano), cosicché egli possa controllare volontariamente tale parametro.

L’uso del biofeedback termocutaneo si è dimostrato utile nella riduzione della cefalea di tipo emicranico e nel rilassamento psicofisico.

Le applicazioni cliniche di questa tecnica nella terapia dell’emicrania si fondano sulla relazione esistente tra bassa temperatura cutanea delle mani ed inizio della crisi cefalagica. Il training termocutaneo consente al paziente di imparare ad aumentare la temperatura delle mani provocando una vasodilatazione generale che in una percentuale considerevole stronca sul nascere l’episodio cefalagico.

La temperatura cutanea periferica è inoltre un indicatore abbastanza fedele del livello di attivazione dell’organismo. Infatti, in condizioni di stress emotivo si osserva una notevole vasocostrizione cutanea periferica, mentre il rilassamento psicofisico induce una vasodilatazione. Il biofeedback termocutaneo può quindi essere usato come tecnica di rilassamento generale psicofisico.

Il biofeedback della conduttanza cutanea (GSR)

La microsudorazione della mano è una manifestazione immediata degli stati d’ansia e dei vissuti emotivi. Quando ci si arrabbia o si diventa ansiosi, la sudorazione tende ad aumentare, spesso in quantità minima, non osservabile ad occhio nudo. E’ questo incremento dell’umidità che accresce la capacità cutanea di condurre una minima carica elettrica esistente tra due punti. Il Biofeedback GSR rileva questi minimi cambiamenti e li segnala, solitamente mediante un suono che aumenta o diminuisce secondo il mutare della conduttività.

Il biofeedback GSR è utile per potenziare l’apprendimento delle tecniche di rilassamento (es. Rilassamento Progressivo di Jacobson, Training Autogeno). Inoltre è spesso affiancato ad altre tecniche nel trattamento dei disturbi d’ansia, in particolare degli attacchi di panico e delle fobie.

Il biofeedback della variabilità della frequenza cardiaca (HRV)

La Heart Rate Variability (HRV) è la variabilità della frequenza cardiaca in risposta a vari fattori, quali il ritmo del respiro, gli stati emotivi, lo stato di ansia, stress, rabbia, rilassamento ecc.

In condizioni normali, la frequenza cardiaca risponde velocemente a tutti questi fattori e si modifica per facilitare l’adattamento dell’organismo alle diverse esigenze ambientali.

Il biofeedback HRV è oggi molto utilizzato, in modo particolare nelle persone con disturbi di panico, ansia fobica o che hanno difficoltà ad adattarsi a situazioni di stress: poiché in questi casi la variabilità cardiaca è significativamente ridotta, il trattamento ha lo scopo di insegnare al soggetto ad aumentare tale parametro.

Il biofeedback elettroencefalografico (EEG) o Neurofeedback

ll biofeedback EEG è un procedimento consistente nel monitorare l’attività  elettroencefalografica allo scopo di far acquisire al soggetto la possibilità di controllare il tipo di ritmo EEG. I ritmi EEG più frequentemente utilizzati sono il ritmo Alfa per l’induzione di uno stato di rilassamento (stati d’ansia) e il ritmo Theta per indurre stati di sonnolenza (terapia dell’insonnia).

L’obiettivo che si persegue è la possibilità di raggiungere più facilmente condizioni psicofisiche di distensione, autocontrollo e benessere interiore.

La terapia basata sul neurofeedback è inoltre un’ottima alternativa alla terapia farmacologica nel trattamento del Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD).

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